Storia (Motrone)

Il Porto Motrone ormai scomparso
Le antiche origini marinare del Club Velico

di Pier Sandro Berti

La Foce di Motrone consentiva un accesso abbastanza sicuro alla darsena, all’interno della quale avveniva lo sbarco e rimbarco delle merci dalle navi.
I naviganti per diporto o per lavoro che solcano il mare prospiciente la costa settentrionale della Toscana, dalla bocca dell’Arno al golfo della Spezia, sanno di poter contare in caso di bisogno su alcuni sicuri porti quali Viareggio e Marina di Carrara.
Probabilmente ignorano che un migliaio di anni fa, i loro predecessori sul mare non potevano contare su questi due approdi, inesistenti all’epoca, ma su un porto poi scomparso posto alla foce del fiume Versilia e denominato Porto Motrone.

Consultando antiche carte della terra di Pietrasanta si legge sulla costa, a poca distanza dalla città, il nome di Motrone.
Il mare intorno all’anno mille, (epoca in cui si hanno notizie certe su Motrone) lambiva la spiaggia dove oggi è il tracciato, parallelo alla costa della via Aurelia.
In particolare nel luogo delle attuali curve di Motrone, a ridosso della omonima Osteria, oggi fatiscente e diroccata, fu costruita nei primi decenni del secondo millennio sulla sponda destra e in prossimità della foce dell’antico fiume Sala (poi chiamato Versilia e che quell’epoca sfociava in mare proprio a Motrone), un fortilizio in legno. Esso aveva il compito di ospitare una piccola guarnigione per la difesa della costa e di una darsena naturale posta proprio a ridosso del “Castello”.
La ricchezza delle acque del Versilia e dei suoi affluenti, anche se di breve percorso da Seravezza al mare circondando la città di Pietrasanta, garantiva un regime fluviale anziché torrentizio e quindi non soggetto alle “magre” stagionali. Un pò come l’attuale foce Cinquale dove il moderno Versilia affluisce dopo le bonifiche del XVII secolo.
La foce di Motrone quindi, con un battente d’acqua costante di un metro, un metro e mezzo consentiva un accesso abbastanza sicuro e continuo alla darsena all’interno della quale avveniva lo sbarco e l’imbarco delle merci dalle navi e le manovre di ormeggio e di evoluzione delle stesse.
Sorto a partire dagli anni 1000 e tenuto in attività nautica ed economica per opera della Repubblica di Lucca che non voleva pagare dazi, dogane, gabelle e balzelli a Pisa per le merci da e per Lucca che avrebbero dovuto altrimenti transitare dal Porto Pisano, il porto di Motrone ha una storia di 400 anni, quasi fino al 1513 quando Firenze conquistò in via definitiva Lucca. Poiché Pisa era già stata vinta da Firenze nell’anno 1406 la casa dei Medici non aveva più interesse a mantenere in esercizio due porti: Motrone e Pisano e lasciò quindi che la natura e le libecciate insabbiassero Motrone curandosi solo dell’altro. Tralasciamo però la storia di Porto Motrone e soffermiamoci su ciò che più può interessare noi “marini” e cioè l’attività nautica marinaresca alla foce del Versilia durante quasi 500 anni dall’ XI al XV secolo.

Innanzitutto le rotte. Il porto Motrone serviva da ottimo scalo per le navigazioni, prevalentemente costiere, da Marsiglia, Genova, Portovenere a Piombino, Roma, Gaeta e viceversa non solo come scalo “tecnico” ma anche come sosta fruttifera, da un punto di vista economico in quanto Pietrasanta distante solo 3,5 km dal porto era il crocevia dei trasporti marittimi non solo di Lucca ma anche di Prato e Firenze. Talvolta, specie nelle stagioni invernali, quando le condizioni meteomarine non consentivano l’accesso al Versilia le navi riparavano nel quieto golfo della Spezia in attesa di tempi migliori.

Se invece le navi non potevano entrare a Porto Motrone per le loro dimensioni il carico veniva frazionato nella rada di Portovenere, distribuito su navi minori e trasportato a Motrone. Naturalmente questo valeva anche per il verso opposto, per partite di merce dirette da Porto Motrone all’estero cioè in Provenza o addirittura nelle Fiandre o nei paesi del Levante. La scelta di Portovenere rispetto per esempio a Portofino o Genova, oltreché dalle minori distanze sembra sia stata dettata dai dazi che Portovenere imponeva alle merci inferiori a quelli imposti da Genova.
I principali tipi di navi che hanno frequentato Porto Motrone trascurando naturalmente le piccole barche, i gusci e i barcozzi sono state galeotte, brigantini, liuti e saette. Le prime come dice il nome sono un pò più piccole delle galee, lunghe da 20 a 30 metri circa, larghe da 4 a 5 metri, di pescaggio limitato, con una portata di 400 -500 “botti” (circa 200-250 tonnellate) armate, (a partire dal 1400), di un albero a vela latina e con sistemazione per 30 40 rematori su un solo ordine di remi.
Di dimensione più ridotte i brigantini e i liuti mentre la saetta, barca tipica ligure diffusa a partire dal tardo medioevo, privilegia l’armamento velico pur mantenendo una ridotta capacità remiera a tutto vantaggio del carico a parità delle altre condizioni. Attraverso la foce del Versilia larga una trentina di metri la nave costeggiava alla sua sinistra il forte, che da costruzione in legno fu trasformata in castello in muratura a base quadrata di circa 35 metri di lato (le fondamenta esistono tutt’ora) e con una torre di avvistamento, e, probabilmente con l’aiuto di qualche gomena data a terra e spalleggiata dai fanti del castello, entrava nel porto.
Accostatesi alla riva si davano inizio alle operazioni di imbarco e sbarco delle merci. Il più celermente possibile perché le mercanzie lasciate sulla spiaggia del forte durante la notte e non conservate al sicuro nei magazzini della città di Pietrasanta correvano il rischio di cambiare padrone nella notte stessa.
Il porto Motrone oltre alla possibilità di attracco per più navi (non alla banchina inesistente, ma in prossimità della riva) aveva anche un cospicuo bacino di evoluzione per consentire alle navi di evoluire in tutta sicurezza tonneggiandosi sui cavi. Da ciò si deduce una forma del porto quasi circolare con un diametro utile di almeno un centinaio di metri.
Il traffico portuale annuo medio assommava a circa 150 navi e calcolando una sosta di almeno 3 o 4 giorni per ogni nave si ha una presenza giornaliera, nel bacino, di 3 4 navi con relativo movimento di padroni, scrivani, rematori, marinai, scaricatori, barrocciai e osti. La decadenza economica di porto Motrone cominciò verso la metà del 1400 quando Lucca decise di investire a Viareggio (1452) ed i carichi sempre meno importanti da e per Pietrasanta si ridussero talmente che si reputava più economico talvolta anziché far entrare la nave in porto, sempre più interrato, caricare e scaricare direttamente alla spiaggia tra Motrone, Tonfano o Cinquale.
L’abbandono del porto e della zona ad esso circostante portò a trascurare la manutenzione del Versilia in particolare della foce che sotto la spinta dei venti dominanti da diritta ad ovest piegò a nord-ovest non riuscendo più a scaricare del tutto in mare le sue acque. Le quali acque cominciarono a straripare sempre più spesso ed allargare maggiormente i terreni circostanti creando paludi ed acquitrini.
Zone umide e stagnanti favorevoli alla proliferazione delle zanzare portatrici di malarie che ridussero notevolmente nei decenni la popolazione locale.
Solo a metà del XVII secolo furono intraprese definitive opere di bonifiche e di drenaggio delle acque della Versilia, anche con la messa in opera di paratoie e conche, dimodoché le paludi cominciarono a scomparire ed ebbe inizio la crescita di quella flora, di quelle pinete e macchie che tanto incantarono i nostri bisnonni alla fine del secolo scorso allorché avviarono un embrione di turismo balneare a Marina di Pietrasanta. Ma questa è ormai storia moderna.

Nota : Alcune delle notizie
qui riportate sono state desunte dal volume: Motrone di Versilia. Porto
Medievale di Paolo Pelù, edito a Lucca nel 1974 da Maria Pacini Fazzi.
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